Correggio e la Galleria Borghese Sale Danae
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La Danae di Correggio

Dopo lo spostamento in Spagna e il successivo passaggio presso la corte di Rodolfo II d’Asburgo a Praga, come indicato negli inventari nel 1621, la Danae fu trasferita come bottino di guerra a Stoccolma, dove è registrata nel 1652.
Riportata in Italia da Cristina di Svezia, fu donata al cardinale Decio Azzolini. Attraverso il successivo acquisto da parte del celebre banchiere-collezionista Pierre Crozat, giunse nella raccolta del duca d’Orléans, reggente di Francia. Nel 1827, con una fortuna operazione commerciale, fu comprata sul mercato parigino dal principe Camillo Borghese. Con tale acquisto il marito di Paolina Bonaparte tentava così di riscattare la gravissima perdita conseguente alla vendita fittizia di circa 600 marmi antichi impostagli nel 1807 da Napoleone.

Il soggetto del dipinto è tratto dalle Metamorfosi di Ovidio.
Secondo il racconto Acrisio, Re di Argo, dopo aver consultato l’oracolo che gli aveva predetto la morte per mano di suo nipote, decise di rinchiudere sua figlia Danae in una torre; Zeus, però, invaghitosi di lei, si trasformò in pioggia d’oro e la sedusse. Dalla loro unione sarebbe nato Perseo.
Un amorino alato raccoglie la pioggia d’oro, nella quale Giove si è trasformato per congiungersi a Danae, mentre altri due amorini, fedeli al racconto ovidiano, testano sulla pietra di paragone il dardo che suscita l’amore e quello che lo scaccia.

Il mito di Danae era un soggetto diffuso nell’arte antica e conobbe particolare fortuna a partire dal primo Cinquecento, soprattutto per il fatto di rappresentare la dea come un’adolescente e non come una donna matura, come avrebbe fatto più tardi Tiziano.

L’opera è una delle più straordinarie creazioni di Correggio. Danae in questo dipinto non è rappresentazione di malizia né di pudore, ma è al contempo fusione di eros terrestre ed eros celeste. Il pittore realizza un’opera ricca di pacata vaghezza e delicatissimo erotismo, intrisa di colori ed elementi cortigiani, quali, ad esempio, la tenda damascata o fondali architettonici di ispirazione mantovana, come la palazzina incompiuta di Federico Gonzaga posta sullo sfondo a sinistra del dipinto.

Per la critica antica il dipinto, insieme con Giove ed Io, rappresentava un esempio assoluto di “eccellenza de’ lumi”, ma per quanto ancora oggi sia visibile il raffinato accordo cromatico tra il candido lenzuolo e il corpo color perla della Danae, è probabile che una parte significativa dell’antica tonalità dorata sia oggi perduta.